E’un Cagliari multietnico
Avramov, Ekdal, Eriksson, El Kabir, Ibarbo, Larrivey, Rui Sampaio, Thiago Ribeiro. In rigoroso ordine alfabetico, sono ben otto gli stranieri sbarcati a Cagliari durante questa insolita estate di mercato. Uno di loro è una vecchia conoscenza rossoblu, altri due hanno già calcato i campi di calcio italiani, mentre ben cinque sono delle novità assolute. Considerando le conferme di Ceppelini, Nainggolan e Nené si arriva addirittura a undici, un numero di stranieri che nel capoluogo sardo non si era mai visto prima. Che la società rossoblu abbia deciso di seguire le orme di società come Palermo e Udinese, ormai da anni specialiste della pratica scopri-valorizza-vendi spesso rapportata a campionati esteri di secondo ordine?
Probabilmente, Cellino aveva in mente qualcosa di simile già parecchi anni fa. Stagione 1996-97, la prima del post-sentenza Bosman. Il presidente rossoblu confermò Silva e O’Neill e affidò al neo tecnico uruguagio Gregorio Perez il compito di creare una squadra con un disegno tattico del tutto nuovo rispetto alle annate precedenti. La volontà di provare a unire la qualità e il risparmio, come accade in certi spot televisivi, portò in Sardegna i nazionali svizzeri Pascolo e Vega, il sudafricano Tinkler, il danese Lonstrup e l’ennesimo uruguagio, Romero. Risultato? Un disastro. I ritardi nel raggiungere l’amalgama contro squadre più collaudate e in un campionato il cui livello era ancora decisamente alto fecero perdere del terreno prezioso ai rossoblu, che salutarono la A nello spareggio di Napoli contro il Piacenza nonostante il ritorno di Mazzone e i correttivi apportati in sede di mercato. Tutti rigorosamente made in Italy, manco a dirlo.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, si dice. Così, dopo il soggiorno in cadetteria durato appena un anno, Cellino ci riprovò. O’Neill era ancora in rosa, a lui si affiancarono i connazionali Lopez e Abeijon, il francese Zebina, il camerunense Mboma, il sudafricano Nyathi e l’attaccante della Sierra Leone Kallon, che già vantava esperienze nello Stivale, sia pure in B con il Genoa. L’ossatura, tuttavia, era quella della squadra che conseguì la promozione dalla B, un’automobile ormai rodata che viaggiava con il pilota automatico e compì una salvezza del tutto agevole. Va detto che il presidente, quell’anno, sbagliò realmente solo con Nyathi: Lopez e Abeijon diventarono due colonne rossoblu nel decennio successivo, Zebina avrebbe fatto una carriera di tutto rispetto così come Kallon, mentre Mboma aveva qualità di primissimo livello oscurate solo da un’indolenza a volte eccessiva; tuttavia, è pur vero che nessuno di loro, in quell’annata, rivestiva un ruolo da titolare fisso.
L’anno dopo, gli stranieri furono addirittura nove. Tanti i confermati (O’Neill – promesso sposo alla Juventus – , Zebina, Lopez, Abeijon, Mboma) più i nuovi Modesto, Mayele e Suazo e il cavallo di ritorno Oliveira. Anche in questo caso, eccezion fatta per lo sfortunato Jason, non si può dire che Cellino ci avesse visto male: il difensore corso avrebbe rivestito un ruolo importante nel nuovo ciclo rossoblu per poi distinguersi con le maglie di Monaco e Olympiakos, Suazo è diventato il secondo miglior marcatore nella storia del Cagliari dopo Riva e Oliveira non aveva ancora finito le cartucce, come avrebbero dimostrato le stagioni positive vissute in seguito a Como e a Catania. Ciononostante, i rossoblu non ebbero modo di beneficiare dell’apporto di nessuno di loro in termini significativi, vista la nuova, ingloriosa retrocessione che la stagione 1999-2000 regalò ai sostenitori cagliaritani.
Da allora il presidente Cellino evitò – volutamente? – di riempire la squadra di giocatori d’oltreconfine, preferendo evitare rischiose manie di esterofilia durante i quattro anni di B e tornando a un numero relativamente elevato di stranieri solamente nel 2007-2008, stagione in cui però molti di loro come Koprivec, Rosano, Vitor Gomes, Acosta, Guberac, Shala tornarono buoni solo per gli almanacchi e, in sei, non disputarono nemmeno un minuto di campionato.
Adesso il Massimo dirigente rossoblu ci riprova, forte del fatto che la A non è più la stessa dei suoi primi tentativi ma si è effettivamente indebolita e di conseguenza lascia parecchio spazio alla sperimentazione. Tuttavia, fidarsi e bene e non fidarsi è meglio: stavolta, la formazione tipo è più o meno la stessa degli ultimi anni, in cui la salvezza non è mai stata in discussione. Come a dire che la storia si ripete sempre, ma anche che, traendo il giusto insegnamento dalle esperienze passate, si può sempre provare a essere padroni del proprio destino.
Alessandro Lugli
